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Wuhan files, quel che la Cina non ci ha detto del Covid

Sono emerse altre prove che la Cina abbia taciuto informazioni sul Covid-19. Altre 117 pagine di documenti, consegnati da un funzionario della Sanità della provincia cinese dello Hubei, sotto anonimato, alla Cnn, rivelano come il regime cinese abbia dichiarato cifre sui contagi e sui morti inferiori ai numeri reali, abbia nascosto la morte di medici, glissato sulle inefficienze del sistema

Wuhan, ospedale d'emergenza

Sono emerse altre prove che la Cina abbia taciuto informazioni sul Covid-19. Altre 117 pagine di documenti, consegnati da un funzionario della Sanità della provincia cinese dello Hubei, sotto anonimato, alla Cnn, rivelano come il regime cinese abbia dichiarato cifre sui contagi e sui morti inferiori ai numeri reali, abbia nascosto la morte di medici, glissato sulle inefficienze del sistema. La Cnn, prima di pubblicarne gli estratti ne ha fatto verificare l’autenticità da sei esperti indipendenti, poi li ha fatti analizzare da esperti, sia in materia sanitaria che politica. Il quadro che ne esce, pur essendo parziale e tutt’altro che completa, getta una nuova ombra di dubbi sull’operato del regime cinese, che tuttora viene preso a modello per la lotta all’epidemia. E' probabile infatti che questi documenti siano ancora solo la punta di un iceberg, ma che la realtà completa sia molto peggiore, considerando i numeri della popolazione coinvolta dal primo focolaio dell'epidemia e le inefficienze del sistema sanitario che l'ha affrontato.

I documenti, i “Wuhan files”, come sono stati ribattezzati dall’emittente americana, riguardano appena due giorni, considerati significativi: il 10 febbraio e il 7 marzo. Il 10 febbraio, Xi Jinping aveva parlato in teleconferenza, da Pechino, con un team di medici di un reparto Covid di Wuhan, epicentro dell’epidemia. Il 7 marzo è invece alla vigilia della visita ufficiale di Xi Jinping a Wuhan, un viaggio teso a dimostrare che la situazione fosse ormai sotto controllo. In entrambi i giorni, i dati registrati nei documenti ufficiali, ma “riservati” sono molto maggiori rispetto a quelli diffusi pubblicamente dalle autorità sanitarie cinesi.

Il 10 febbraio, ad esempio, i documenti riservati registrano 5.918 nuovi casi, più del doppio rispetto alla statistica resa pubblica. Questo perché il dato sui contagi veniva suddiviso in tre sotto-categorie: casi “confermati” (2.345), “diagnosticati clinicamente” (1.772) e “sospetti” (1.796). Anche se fossero stati in buona fede, gli equivalenti cinesi della nostra Protezione civile avevano difficoltà a reperire dati aggiornati, a causa di metodi diagnostici ancora approssimativi. La capacità di processare i test era allora di 10mila casi al giorno. Per diagnosticare gli altri si ricorreva alla tomografia computerizzata che, se dava un esito positivo, portava a classificare il paziente alla voce separata di “diagnosticato clinicamente”. Chi aveva tutti i sintomi del Covid-19 e un contatto confermato, era semplicemente “sospetto”. La capacità diagnostica è migliorata solo a fine febbraio e anche nel conteggio dei casi il metodo è cambiato nello stesso periodo, con l’inserimento anche dei “diagnosticati clinicamente” fra i casi confermati. Tuttavia sono rimasti fuori dalla conta sia i casi sospetti che gli asintomatici, mai diagnosticati.

Anche sul numero di vittime, i Wuhan files rivelano delle discrepanze notevoli fra i dati pubblici e quelli riservati. Per la metà di febbraio, ad esempio, i morti registrati nello Hubei sono stati 196, quelli riportati solo 93. Sono del tutto scomparsi, dalla comunicazione pubblica, i medici periti per la nuova malattia. Nei documenti si legge che ne erano morti 6 fino al 10 febbraio, ma il pubblico, cinese e internazionale, non lo sapeva.

Per quanto riguarda il 7 marzo, si nota una differenza sensibile (anche se non più così eclatante) sul numero dei morti: 2.986 quelli dichiarati, 3.456 quelli registrati nei documenti ufficiali. Anche in questo caso, la spiegazione, almeno in parte, sta nel metodo: oltre alle vittime accertate di Covid-19, altre erano “diagnosticate clinicamente” come morti per Covid e altre semplicemente “sospette”.

Ciò che la Cina ha nascosto al resto del mondo è la sua inefficienza. Si è già accennato all’incapacità di processare un numero sufficiente di test, ma il peggio era il tempo di attesa dei risultati: in media 23 giorni dalla comparsa dei sintomi alla diagnosi, dunque quasi un mese per accertare la presenza o meno del virus. Un tempo così lungo ha contribuito in modo decisivo a far perdere il controllo sulla diffusione dell’epidemia. A questo si aggiunga l’imprecisione dei test che inizialmente permettevano di individuare la positività in meno della metà (dal 30% al 50%) dei pazienti poi effettivamente risultati positivi. Sono poi occorse altre settimane per correggere l’errore di un così gran numero di falsi-negativi.

E questo contribuisce a spiegare perché la data di origine del coronavirus sia ancora ignota. Un’inchiesta del South China Morning Post aveva retro-datato l’origine dell’epidemia a metà novembre. Il “paziente 1” avrebbe avvertito i sintomi il 1 dicembre, secondo la rivista Lancet. I documenti rivelano come nei primi giorni di dicembre 2019 migliaia di cinesi dello Hubei siano finiti in ospedale per “influenza”, un numero di pazienti 20 volte superiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I Wuhan files, tuttavia, non chiariscono se fra quei casi vi fossero anche dei malati di quel coronavirus che poi sarebbe stato chiamato Covid-19. Di certo c’è che dalla Cina non è uscita neanche un’informazione su quel picco anomalo di influenza invernale.