• PROPAGANDA

Usa, la rivolta, le mistificazioni e il Covid che scompare

La protesta americana contro l’uccisione di George Floyd, a Minneapolis, è ora un movimento mondiale anti-razzista. Ma l'episodio di brutalità della polizia era motivato dal razzismo? No. Il razzismo è frequente nella polizia? Nemmeno. La polizia e l'esercito si stanno ribellando a Trump? Quantomeno è esagerato dirlo. E il Covid che fine ha fatto, con tutti quegli assembramenti?

La protesta negli Usa

La protesta americana contro l’uccisione di George Floyd, a Minneapolis (Minnesota) da parte della polizia è già diventata un movimento mondiale. La causa iniziale, la brutalità dei poliziotti su un cittadino disarmato, è ormai superata. Il movimento chiede di più: chiede giustizia razziale, giustizia per i neri uccisi dai bianchi. E, stando alle notizie diffuse dai quotidiani italiani, polizia e anche esercito starebbero solidarizzando con gli insorti, contro il presidente Trump. Siamo dunque alla vigilia di una rivoluzione?

Vediamo, prima di tutto, quale è la causa iniziale delle proteste: l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, accusato di aver pagato con una banconota falsa. Derek Chauvin, nel corso dell’arresto gli ha premuto la gola col ginocchio per più di otto minuti. Nonostante Floyd implorasse, lamentasse di non riuscire più a respirare e invocasse aiuto, l’agente zelante non ha mollato la presa finché è stato troppo tardi per poterlo salvare. Derek Chauvin è un agente di origine europea, bianco. George Floyd era un afro-americano. Di qui la protesta razziale. Degli altri tre agenti che erano con Chauvin, e che ora sono in carcere in attesa di processo, due sono di origine asiatica: Alexander Kueng e Tou Thao (vietnamita di etnia hmong). Negli Usa la mescolanza etnica è tale che è fin difficile trovare omogeneità in una stessa squadra di lavoro o di polizia in questo caso. Il capo della polizia di Minneapolis, per altro, è un afro-americano. Quindi una polizia multi-etnica che usa metodi brutali contro cittadini neri è una forma di razzismo? Di quale etnia contro quale altra?

Gli afro-americani lamentano di essere le vittime principali della polizia, non solo nel caso di Floyd, ma in generale. Il vicepresidente Joe Biden dà loro ragione, sulla fiducia, promettendo (come aveva fatto Obama nel 2016) che quando sarà lui alla Casa Bianca i neri potranno uscire di casa tranquillamente. Al sicuro dai poliziotti. Ma l’affermazione si basa su un dato falso. La maggioranza delle vittime della violenza della polizia è costituita da bianchi, in termini assoluti. In termini relativi, in rapporto alla popolazione, gli afro-americani lamentano il 26% delle vittime della violenza a fronte del 13% di afro-americani sul totale della popolazione. Ma si tratta di una statistica fuorviante, perché, come constata Heather McDonald sul Wall Street Journal, le vittime della violenza della polizia vanno calcolate in proporzione al numero degli arresti e, in generale, in proporzione ai crimini violenti commessi. I neri sono artefici del 53% degli omicidi, del 60% dei furti anche se sono il 13% della popolazione. Gli afro americani vittime di omicidio erano 7407 nel 2018, di questi solo lo 0,1% è stato ucciso da poliziotti. La McDonald calcola che sia 18,5 volte più probabile che un poliziotto sia ucciso da un civile armato nero, che non viceversa.

In un altro studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (e riportato dalla National Review) su 917 casi di uccisioni di civili da parte di poliziotti nel 2015, il 55% delle vittime sono bianchi, il 27% neri, il 19% ispanici. Secondo uno studio del Dipartimento di Giustizia di Philadelphia, si inverte la prospettiva: quanti sono i poliziotti bianchi che sparano? Anche qui il dato che emerge forse deluderà gli anti-razzisti, perché nella maggior parte dei casi sono agenti neri e ispanici che sparano a civili sospetti neri (67% più probabile che sia un agente nero, 145% più probabile che sia un agente ispanico).

Il pregiudizio razziale che è alla base di queste proteste, dunque, è ampiamente esagerato. Lo prova anche il colore della pelle delle vittime di queste proteste, perché già ad oggi i morti sono 17. Il primo agente ucciso da manifestanti armati si chiamava David Patrick Underwood, afro-americano. Come anche l’ultimo (ex) agente ucciso, David Dorn, 77enne, in pensione, intervenuto per fermare il saccheggio di un negozio. Se questa è una polizia "dei bianchi e per i bianchi"...

Quanto all’altra narrativa, quella dell’insurrezione che starebbe iniziando a serpeggiare anche fra esercito e polizia contro Trump, su cosa si basa? Su numerose immagini di poliziotti inginocchiati. E mettersi in ginocchio, come già vediamo fare dai calciatori di tutto il mondo (e dalla giornalista Myrta Merlino su La7) è il simbolo della solidarietà con il movimento di protesta. I poliziotti, però, si inginocchiamo in taluni casi per pregare assieme ai manifestanti. Non necessariamente per solidarizzare con la loro protesta, ma in segno di pace, per riportare la quiete nelle strade. Una polizia accusata di brutalità, sta invece dimostrando un’umanità che non ci si aspetta.

E la protesta dei generali? Per ora ad aver apertamente criticato la politica del presidente (e comandante in capo), giudicata “divisiva” e “immatura”, è stato l’ex generale ed ex segretario alla Difesa James Mattis. Il quale, essendo stato licenziato dall’amministrazione Trump, per divergenze politiche, ha più di una ragione per contestare. Ma Mattis non è “l’esercito”, bensì un generale in pensione e un ex ministro. Critico o quantomeno scettico sull’impiego delle forze armate è anche l’attuale segretario alla Difesa, Mark Esper. La divergenza con la Casa Bianca per ora è tutta politica e non giunge al punto dell’ammutinamento. Sarà l’ennesimo licenziamento dall’amministrazione? Probabile, ma non è una “ribellione dei generali”, come pare di leggere sulla nostra stampa. Così come non lo è il documento firmato dagli Stati Maggiori Riuniti, del 2 giugno, in cui vengono ribaditi diritti e doveri fondamentali: rispettare la Costituzione, proteggere il popolo, azione della Guardia Nazionale subordinata all’autorità dei governatori, rifiuto di ogni discriminazione razziale.

Almeno un indizio ci porta poi a pensare che l’informazione sulle sommosse negli Usa sia profondamente distorta: le proteste hanno cancellato il Covid-19. Se fino alla settimana scorsa uscire da soli a fare jogging o andare a Messa era considerato un gravissimo atto di irresponsabilità (e protestare contro il lockdown, praticamente, un atto di guerra), le decine di migliaia di manifestanti accalcati e senza mascherina di questa settimana non suscitano alcuno scandalo. Medici ed esperti cosa ne dicono? In questo caso, solidarizzano con chi manifesta: in una lettera aperta firmata (finora) da 1288 medici, operatori sanitari e rappresentanti comunitari, gli esperti sottolineano l’importanza della protesta, nonostante il virus. Perché, a detta loro: “Il suprematismo bianco costituisce un problema per la salute che precede e contribuisce al Covid-19”.