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Se il gesuita "chavista" calunnia i venezuelani di ritorno

Padre Numa Molina ha definito “bioterroristi” gli emigranti venezuelani che, ormai senza lavoro, cercano di tornare in patria attraverso percorsi non autorizzati. Tutto nasce dalla tragica decisione di Maduro di chiudere le frontiere ai propri connazionali, nel dichiarato timore che gli altri Paesi li abbiano infettati deliberatamente… Diverse le reazioni indignate, tra cui quella del vescovo di San Cristobal che chiede a Molina - difensore del regime - di scusarsi.

Il sacerdote “chavista” Numa Molina, molto conosciuto in Venezuela per la sua posizione sempre controcorrente, in opposizione all’Episcopato venezuelano, ha gettato benzina sul fuoco sui social: “Un ‘Trochero’ infetto è un bioterrorista che può uccidere te e i tuoi cari. Entrate attraverso i luoghi autorizzati, benvenuti nella vostra patria, ma mettetevi in quarantena, non venite a infettare i venezuelani”, ha scritto su Twitter lo scorso 15 luglio, scatenando migliaia di commenti negativi. Tuttavia non si tratta di un religioso qualunque, perché Molina appartiene all’Ordine dei gesuiti, sotto la guida del venezuelano Arturo Sosa.

Per capire la gravità di queste parole si deve guardare l’esodo venezuelano, la più grande crisi migratoria latinoamericana della storia recente: dall’’anno 2016, 5.095.283 sono le persone che hanno lasciato il Venezuela per sfuggire alla povertà e alla dittatura, secondo l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Con il Coronavirus questi flussi migratori sono cambiati e migliaia di venezuelani tentano di ritornare nella loro terra, perché sono rimasti senza lavoro e di conseguenza senza la possibilità di sopravvivere lontani da casa. Una tragedia umanitaria che viene peggiorata dalla decisione di Nicolas Maduro di chiudere le frontiere ai suoi connazionali, perché secondo lui i migranti venezuelani potrebbero essere stati infettati deliberatamente da altri Paesi per diffondere il virus in Venezuela. “Abbiamo dichiarato guerra ai trocheros”, ha dichiarato il ministro dell’Interno venezuelano Néstor Reverol in una cerimonia con la polizia, facendo riferimento a queste persone che passano la frontiera colombo-venezuelana a piedi, attraverso percorsi non autorizzati.

Ritornando al tweet della discordia: “Il Superiore della Compagnia potrà tacere di fronte all’apologia di genocidio del prete Numa Molina? Pensa di godere dell’immunità per la sua collusione nell'esecuzione di un crimine contro l'umanità?”, ha chiesto sempre su Twitter Asdrubal Aguiar, noto avvocato e politico venezuelano, ex giudice della Corte interamericana dei diritti umani.

Subito dopo è intervenuto l’Ordine dei gesuiti del Venezuela: “La Compagnia di Gesù rifiuta i termini peggiorativi usati da un religioso di questa Congregazione, con i quali si è riferito ai migranti in una situazione di ritorno nel Paese, in quanto offendono la dignità umana dei fratelli venezuelani che ritornano in condizioni irregolari dovute ai controlli eccessivi imposti dall'esecutivo nazionale, anche prima della pandemia di COVID-19”, si legge nel comunicato datato 16 luglio 2020.

Nella lettera firmata dal provinciale venezuelano, Rafael Garrido, si ricorda che questo atteggiamento - sempre senza indicare il nome del religioso - non corrisponde alle “Preferenze Apostoliche Universali della Compagnia”, indirizzate alla cura di migranti, sfollati, rifugiati, vittime di guerra e traffico di esseri umani. Una missiva che ha generato ulteriori polemiche.

“Perché non dicono il nome di quel religioso gesuita?”, è stata la netta risposta di monsignor Pedro Freites Romero, già direttore di Radio Vaticana per l’America Latina, oggi esule negli Stati Uniti per la persecuzione del regime. “Possa Dio perdonarmi se è una mancanza di carità, ma quel religioso che vive nella storica chiesa di San Francisco a Caracas si chiama NUMA MOLINA, è un aperto difensore del regime chavista-madurista e il regime lo utilizza sistematicamente per giustificare e pontificare su ogni violazione della costituzione e dei diritti umani. La condotta di questo religioso è un'offesa per i cattolici che hanno perso la loro vita nella lotta per la libertà del Venezuela e per i milioni di venezuelani che sono stati sfollati dalla politica criminale del tiranno usurpatore”.

Infatti, nel 2017 Numa Molina ha benedetto l’instaurazione dell’illegittima Assemblea Costituente di Maduro, disobbedendo a Papa Francesco, che attraverso un comunicato pubblicato dalla Santa Sede il 4 agosto 2017 aveva chiesto esplicitamente al regime la sua sospensione: il pontefice aveva invitato le forze di sicurezza “ad astenersi dall’uso eccessivo e sproporzionato della forza", chiedendo al governo di “evitare o sospendere le iniziative in corso come la nuova Assemblea Costituente che, piuttosto che favorire la riconciliazione e la pace, favorisce un clima di tensione e confronto e ipoteca il futuro”.

Però l’episcopato venezuelano non è rimasto in silenzio di fronte alle parole del sacerdote chavista. Monsignore Mario Moronta, vescovo di San Cristobal (diocesi che confina con la Colombia) e primo vicepresidente della Conferenza Episcopale Venezuelana, ha scritto una lunga lettera pubblica di critica a Molina, in cui inizia citando frasi bibliche, in empatia con coloro che soffrono una calamità, per poi rimproverare fortemente l’atteggiamento del gesuita. “È inspiegabile e scandaloso ascoltare da un fratello sacerdote espressioni non solo offensive e degradanti, ma anche calunniose nei confronti dei nostri fratelli che, alla loro situazione di impotenza e povertà, devono aggiungere il disprezzo di coloro che dovrebbero servirli con dignità al loro ritorno in patria. Chi detiene il potere esecutivo ha sottolineato che si tratta di strumenti bioterroristici inviati nel nostro Paese da altre nazioni sorelle. Un’affermazione che non corrisponde con la verità e che parla di come siano gli interessi di coloro che si aggrappano al potere. Non è logico (se hanno la logica) dirlo... si vede di tutto nella vigna del Signore”, ha affermato, qualificando come “vergognoso” il comportamento di Molina.

“Mi fa male che si esprima così riguardo ai nostri fratelli che sono diventati migranti a causa dell'estrema necessità di sopravvivere", ha proseguito il vescovo: "Ora, al loro ritorno nel loro paese, vengono trattati come ‘pericolosi forestieri’. Com’è doloroso! Come si vede che non ha mai assistito alle dure condizioni di tutti loro! Forse non sa come la sorella diocesi di Cúcuta ha fatto di tutto per prendersi cura di questi migranti impoveriti a causa di un Paese affondato nella miseria, prima e dopo la pandemia. Forse non sa che le nostre Caritas parrocchiali in coordinamento con quelle diocesane sono quelle che hanno potuto dare da mangiare a molti fratelli che sono passati attraverso il loro ritorno forzato in patria. Inoltre, potrebbe non sapere che la nostra Caritas diocesana ha dovuto dare da mangiare a molti di quelli detenuti (sarà questo il termine corretto?) nei cosiddetti PASI. Potrebbe non aver mai visto i volti di dolore di quei migranti che sono venezuelani, ma soprattutto fratelli”.

Il regime socialista ha istituito posti di blocco per ricevere i venezuelani: prima di entrare nel Paese sono obbligati a fare il tampone per escludere il Covid-19 e poi sono inviati nei temuti centri di isolamento (i cosiddetti PASI), dove devono passare due settimane. Ma le lamentele su questi luoghi sono sconvolgenti: in molti casi, oltre alle condizioni molto precarie, non hanno acqua e nemmeno cibo adeguato.

“Tante persone si sono scandalizzate della squalifica calunniosa pronunciata contro questi fratelli (non dimentichiamo che la calunnia, oltre ad essere peccato, è un reato) e hanno espresso la loro sorpresa di vedere ciò che è uscito dalla bocca di un prete”, ha aggiunto monsignore Moronta, sottolineando che in Venezuela si attende che “i superiori facciano qualcosa”, però “non credo che lo faranno, per molte ragioni”. Evidentemente, nonostante l’Ordine dei gesuiti del Venezuela si sia espresso contro le offese del religioso, non è abbastanza e forse l’episcopato attende un’azione più energica da parte del "Papa nero" venezuelano. 

“Non potevo tacere di fronte a quella dichiarazione calunniosa”, ha affermato monsignore Moronta, invitando altri prelati ad alzare la loro voce. “Vorrei, anche se penso che sia molto chiederlo, che colui che ha parlato di ‘trocheros infettati bioterroristi’ facesse un gesto verso di loro: chiedere scusa pubblicamente ... e, perché no, in ginocchio”.