• ABISSO SENZA FINE

Regno Unito, dove “prima uccidi il feto, poi lo rimuovi”

Nuove linee guida del Royal College of obstetricians and gynaecologists per favorire l’aborto in tempo di pandemia. Per le donne alle prese con il Covid, si suggerisce l’escamotage di uccidere il bambino prima del limite delle 24 settimane e solo in seguito, a condizioni stabilizzate, espellerne il corpicino. È la conferma che gli abortisti non hanno a cuore né i bambini né la salute delle donne.

Quando sembra che il punto più basso sia già stato raggiunto, si è costretti a constatare poco dopo che l’abisso del Male è un mistero senza fondo. Si veda, per esempio, l’ultima trovata nel Regno Unito. Qui, il 3 giugno scorso, il Royal College of obstetricians and gynaecologists (Collegio Reale delle ostetriche e dei ginecologi) ha pubblicato nuove linee guida per gli operatori sanitari al fine di assicurare che le donne affette da Covid-19, o sospettate di esserlo, possano comunque abortire.

La raccomandazione più sconvolgente è quella di affrettarsi a praticare il così chiamato «feticidio» nel caso di prossimità al limite legale per l’aborto (in genere 24 settimane) e rimuovere in un secondo momento, dopo che la condizione della donna alle prese con il Coronavirus «si stabilizza» (pag. 21), il bambino ormai privo di vita. «Se le condizioni cliniche della donna impediscono l’aborto, e c’è il rischio che superi il limite gestazionale, dovrebbe essere eseguito il feticidio in collaborazione con i servizi locali di medicina fetale, se necessario, per consentire un ritardo nella procedura di evacuazione/svuotamento dell’utero», si legge nelle linee guida (pag. 22), scritte con una freddezza - procedurale - che la dice lunga sulla considerazione che la cultura abortista ha dell’essere umano.

Ma cosa potrebbe succedere nella pratica? «In parole povere, questo significa porre fine alla vita del nascituro nel sesto mese di gravidanza, e poi lasciare il cadavere dentro la donna per un periodo indeterminato», scrive la giovane Alithea Williams della Society for the protection of unborn children (Spuc), nota organizzazione pro vita britannica. In base a questa procedura, il bambino in grembo potrà essere ucciso con un’iniezione letale al cuore. E se il Royal College si è attivato per pubblicare queste linee guida, il motivo - argomenta la Williams - va rintracciato nella volontà di mantenere larghissime le maglie dell’aborto: «L’aborto è legale fino alla nascita per sospetta disabilità e nei casi in cui la vita della madre è minacciata, quindi non è di questo che stiamo parlando qui. Per preoccuparsi dei limiti legali, [è perché] l’RCOG deve riferirsi all’aborto di un bambino sano di una donna in buona salute, poco prima del limite legale di 24 settimane».

Al delitto in sé – che tale rimane anche se legalizzato – dell’aborto si aggiunge quindi l’aggravante di volerlo favorire a tutti i costi, Covid o non Covid, e tutto questo mentre in diverse parti del mondo si ritardano determinate terapie per il timore del contagio. Inoltre, si conferma ancora una volta quanto sia menzognera la propaganda dei gruppi abortisti, che, pur di arrivare alla legalizzazione, hanno più volte usato la leva della lotta all’aborto clandestino e delle conseguenze di dover portare un bambino morto in grembo (come in Irlanda e Irlanda del Nord, ricorda sempre Alithea Williams). E oggi, ad aborto legale ormai conquistato, mostrano che la tanto sbandierata “salute delle donne” è stata solo uno specchietto per le allodole. «Portare in grembo, magari per settimane, il cadavere di un bambino ucciso con un’iniezione è devastante a livello psicologico», ci dice al telefono Leo Aletti, ginecologo oggi in pensione che da sempre si batte per difendere la vita nascente. «E poi le conseguenze fisiche non sono da sottovalutare - aggiunge Aletti - soprattutto perché la donna, al momento dell’espulsione del piccolo, può avere un’emorragia difficile da contenere».

Il tempo della pandemia è stato sfruttato anche per introdurre l’aborto domestico, consentendo cioè l’assunzione a casa di entrambe le pillole previste dalla procedura dell’aborto farmacologico, spedite per posta dopo un semplice colloquio telefonico. Si è così banalizzata ancora di più l’uccisione dei nascituri, le donne sono state ancora di più abbandonate a loro stesse, con eccessi prevedibili: basti il caso del bambino abortito in casa a 28 settimane, ben oltre il limite di 10 settimane stabilito per l’aborto farmacologico. Intanto la Corte d’Appello, dopo il ricorso presentato dal gruppo evangelico Christian Concern, ha annunciato che permetterà un’udienza per valutare le basi legali delle nuove norme sull’aborto domestico. Ma non sarà semplice riuscire a revocarle.

Il clima culturale è quello che è, non solo nel Regno Unito, ma in tutto il mondo. Ce lo ricordano i piani dell’Oms, che ritiene l’aborto «essenziale» anche in tempo di Covid, e della stessa Onu, i cui vertici continuano a spingere per la fantomatica «salute riproduttiva» nonostante l’impegno apprezzabile dell’amministrazione Trump a protezione dei nascituri.

In mezzo a tenebre così fitte, c’è da consolarsi e ringraziare Dio per una buona notizia che arriva - una volta tanto - dall’Italia: la nascita all’Ospedale Maggiore di Cremona, una delle città più colpite dal Coronavirus, di 15 bambini in 24 ore. Il segno più evidente che solo la Vita vince.