• REGNO UNITO

Pippa Knight, ore decisive. Neanche l’Onu la difende

Il giudice Nigel Poole ha dato il via libera al piano predisposto dall’Evelina Children’s Hospital di Londra per staccare la ventilazione a Pippa Knight, 6 anni. Nemmeno il Comitato dell’Onu per i diritti dei disabili ha stoppato la possibile eutanasia di Stato. Ma intanto la madre Paula ha presentato ricorso, puntando su dei nuovi interessanti rilievi per difendere il diritto alla vita della figlia.

Sono ore decisive per Pippa Knight, la bambina inglese di sei anni nata sana e oggi affetta da una patologia neurologica rara, l’encefalopatia necrotizzante acuta. Ieri, mercoledì 5 maggio, il giudice Nigel Poole, lo stesso che aveva emesso la sentenza di primo grado, ha respinto due richieste - di cui una riguardante il Comitato dell’Onu per i diritti delle persone con disabilità - presentate da Paula Parfitt, la mamma di Pippa, e dato il suo definitivo via libera al piano predisposto dall’Evelina Children’s Hospital di Londra per staccare il supporto vitale. «Continuare la ventilazione meccanica è contrario al miglior interesse di Pippa, sia in ospedale che in altro luogo», ha affermato Poole nell’udienza pomeridiana di ieri - protrattasi per quasi tre ore - aggiungendo che l’interruzione della ventilazione dovrà avvenire nel nosocomio londinese.

Escluso quindi un distacco della ventilazione conseguente a un trasferimento a casa, secondo l’eventualità che era stata prospettata durante l’udienza del 29 aprile e che richiedeva un accordo tra l’ospedale e Paula. Accordo che non si è mai concretizzato, anche perché la madre non accetta l’idea che venga interrotta la cura di base che tiene in vita sua figlia. L’autorizzazione a procedere con l’estubazione è in vigore a partire dalle 12 di oggi (le 13 in Italia), ma il giorno e l’ora precisi in cui questo avverrà non sono pubblici, vigendo un ordine restrittivo della giustizia britannica. Sul piano legale, solo un ricorso della famiglia in via d’emergenza (presso la Corte d’Appello) contro l’ultima decisione di Poole potrebbe differire il distacco del supporto vitale. E la madre Paula ha confermato alla Nuova Bussola di averlo nel frattempo presentato, sebbene non si sappia se i giudici d’Appello lo accoglieranno concedendo un’udienza.

Ma dicevamo delle due richieste discusse ieri davanti a Poole. Con la prima, Paula, assistita da Philip Ridley, ha chiesto fondamentalmente al giudice tre cose, ossia: la rimozione della rappresentanza in capo al tutore legale di Pippa, rappresentanza che spetterebbe a lei, da madre; il coinvolgimento delle autorità locali nella presa in cura della bambina; maggior tempo per poter approntare un piano terapeutico alternativo e trovare ospedali disponibili. Il giudice ha respinto le tre sotto-richieste affermando che la rimozione del tutore legale non farebbe adesso alcuna differenza, che le autorità locali non sono competenti nel caso e, infine, che un ulteriore ritardo nell’interruzione della ventilazione sarebbe «dannoso» per Pippa. Meglio morire subito, insomma, è il ragionamento di Poole, in linea con diversi ben noti pronunciamenti dei suoi colleghi su casi simili (Charlie Gard, Isaiah Haastrup, Alfie Evans, RS, ecc.).

La seconda richiesta si è basata sull’analisi della domanda presentata al Comitato per i diritti delle persone con disabilità (Cdpd) e rigettata dallo stesso. Come ha chiarito Poole durante l’udienza, leggendo una comunicazione dell’ente delle Nazioni Unite, il Cdpd ha argomentato che già un organo internazionale (la Corte europea dei diritti dell’uomo) si è espresso sul caso di Pippa, giudicando corretto l’operato delle corti britanniche. Rimangono però, nel ricorso fatto al Comitato dell’Onu (e di cui si era occupato il signor G. H. Moore, che aveva rappresentato Paula anche alla Cedu), un paio di aspetti nuovi che non erano stati avanzati di fronte alla giustizia di Sua Maestà e che dunque devono essere trattati preliminarmente nel Regno Unito.

Questa parte della richiesta, giudicata «interessante» da addetti ai lavori con cui la Nuova Bussola ha potuto confrontarsi, verte intorno alla definizione del principio di «miglior interesse» e sul concetto di discriminazione dei disabili, più precisamente: se al posto di Pippa ci fosse stata una persona non disabile, l’avrebbero comunque privata di una cura di base come la ventilazione? Il giudice Poole ha liquidato la questione sostenendo che né la Convenzione europea dei diritti dell’uomo né la Convenzione dell’Onu sui diritti dei disabili sanciscono un diritto assoluto alla vita bensì il principio del miglior interesse (che nel suo giudizio equivale, appunto, alla rimozione del supporto vitale); ha aggiunto che «non c’è nessuna discriminazione sulla base della disabilità» e, sulla base di ciò, respinto a sua volta la richiesta della madre di Pippa.

Eppure, i rilievi mossi da Paula e dai suoi rappresentanti legali sono del tutto pertinenti. E meritano di essere trattati da un sistema che in questi anni ha dato prova, purtroppo, di una deriva eugenetica. Senza dimenticare che di per sé è assurdo dover arrivare di fronte a un tribunale per decidere se un innocente deve o non deve continuare a ricevere una cura vitale quale l’idratazione, l’alimentazione o la ventilazione. La madre di Pippa ha ricordato più volte, anche nell’udienza di ieri, di essere cristiana e di credere «nella legge di Dio». Le preghiere sono ben accette.