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Legge 40, abrogarla non serve

Continua il dibattito sull'atteggiamento da tenere di fronte all'attuale legge sulla fecondazione artificiale. La controreplica di Samek Lodovici: l'obiettivo deve essere migliorarla o sostituirla con una migliore. Eliminarla e basta sarebbe peggio di ora. - IL DIBATTITO

Fecondazione artificiale

Il mio articolo del 18 dicembre sulla legge 40 https://lanuovabq.it/it/articoli-legge-40-che-fare-5417.htm ha suscitato ben due repliche.

Ora, sia chiaro da subito una volta per tutte: il mio pezzo del 18 dicembre e quello odierno sono rivolti a quella parte (e c’è, ma non voglio fare nomi perché non mi interessa la polemica, non mi interessa attaccare le persone, bensì ragionare sui concetti, alla ricerca, faticosa, della verità) del mondo pro life che nelle sue dichiarazioni reclama l’abrogazione e basta della legge 40 e non il suo miglioramento, quella parte che vuole lasciarla al suo destino. Pertanto, tutto il resto del mondo pro life non si senta chiamato in causa.

Comincio dal pezzo di Filardo, che dice: «A me sembra troppo semplicistico affrontare una riflessione [sulla legge 40] omettendo [come ha fatto Samek] di parlare delle origini [della legge] molto travagliate e dolorose […] perché proprio in esse si trova la genesi di tante possibili picconate dei giudici e della scarsa attenzione che gli stessi giudici danno alle ripetute e manifeste violazioni della stessa legge 40».
A lui sembra semplicistico, a me invece sembra che non si possa parlare di tutto, anche perché la valutazione etica della genesi della legge 40 è complicatissima e non si può liquidarla nel poco spazio di un articolo di quotidiano (spero di non trovarmi costretto a farlo se la polemica dovesse continuare).
Dopodiché, se Filardo vuol dire che la formulazione della legge 40 è stata fatta tecnicamente male ed è per questo che viene smantellata dai giudici, io mi taccio, perché non sono un giurista. Come ho scritto il 18 dicembre: «Non voglio […] esprimermi sulla sua solidità [della legge 40] dal punto di vista tecnico-giuridico: non ne ho la competenza». Se non ne parlo non è per semplicismo, ma perché – e me ne scuso con Filardo – non sono un tuttologo.

Se invece Filardo vuol muovere alla legge 40 una critica non già giuridica, bensì etica, e se vuole farlo attraverso la ricostruzione della sua genesi, mi sembra che usi – di certo inconsapevolmente – il metodo di Feuerbach, di Marx, di Freud e (a suo modo) di Nietzsche, cioè il metodo genealogico di critica di una dottrina, legge, principio morale, ecc.
In sostanza, per questi autori – alcuni di loro sono stati chiamati «maestri del sospetto» –, se si riesce a rintracciare un’origine negativa di un concetto, di un principio morale, ecc. allora quel concetto, principio morale ecc. è destituito della sua verità. In altri termini, così mi par di capire nel ragionamento di Filardo (ma faccio ammenda se mi sono sbagliato: in tal caso la mia replica varrà non nei suoi riguardi, ma verso coloro – e ci sono – che ragionano sulla legge 40 come sto per spiegare), se l’origine della legge 40 è nefasta, allora la legge 40 è nefasta. Tuttavia, l’origine di un principio non è di per sé indice né della sua verità né della sua falsità, a meno che si possa dimostrare con totale certezza che tale origine dica sempre falsità: sennonché questo non succede nemmeno nel caso dei giornali dei regimi, che qualche cosa vera la dicono, sia pur molto raramente (è dunque assai probabile che ciò che dicono sia falso, ma non è assolutamente certo). 

Un’analisi sull’origine di un concetto non è un analisi sulla veridicità del contenuto del concetto: che io abbia appreso alcune convinzioni dai miei famigliari, dai miei educatori, dai libri che ho letto, dalla televisione o in altro modo, non dà informazioni a proposito della veridicità o erroneità del loro contenuto. Piuttosto, se voglio vagliare una legge fisica, chimica, morale ecc., non mi interessa sapere l’origine della sua formulazione, bensì che cosa dica questa legge, il suo contenuto. Insomma, l’analisi sull’origine, sul come è nato un concetto, è diversa da quella sulla veridicità del contenuto.

Similmente, se l’origine di una cosa è malvagia, non è detto che siano malvagie anche le sue conseguenze: se Tizio viene assassinato da Caio e se dunque l’eredità di Tizio va a Sempronio (che non ha in alcun modo commissionato l’assassinio), è cosa buona e giusta dare a Sempronio l’eredità, anche se gli perviene grazie ad un assassinio. Faccio un esempio ancora più forte: se le ricerche su cavie umane nei lager hanno fatto scoprire nuovi medicinali, tali ricerche sono totalmente esecrabili, ma ciò non vuol dire che usare tali medicinali sia di per sé malvagio: potrebbe esserlo come non esserlo, ma non a causa della loro origine (potrebbe esserlo, per esempio, se l’uso di questi medicinali incentiva nuovi esperimenti letali sull’uomo).

Filardo ricorda anche più direttamente i maestri del sospetto quando fa delle insinuazioni offensive (apparse nella versione del suo articolo pubblicata sulla Bussola il 21 dicembre, poi tagliate in seguito) sulla mia buona fede, su quelle che a suo avviso sarebbero state le mie motivazioni nello scrivere il mio articolo del 18 dicembre. Invece di fare un processo alle mie intenzioni, invece di fare insinuazioni sulla genesi del mio discorso (del resto, lo ribadisco: la genesi di un concetto non dimostra la sua verità/falsità), Filardo avrebbe potuto leggere più attentamente l’incipit del mio pezzo in cui scrivevo: «spero che mi sia consentito esporre qualche considerazione [sulla legge 40], senza intenti polemici, bensì perché mi sta a cuore la salvezza di vite umane, cioè per una premura che è condivisa sia dagli estimatori della legge 40, sia da quei suoi detrattori che ci sono tra i pro life». La mia intenzione era ed è questa: salvare vite umane e limitare pratiche malvagie. Punto.

Filardo scrive anche che durante la campagna referendaria sulla legge 40 lui ha raccontato «tutta la verità scientifica conosciuta sulla fecondazione in vitro» e ha manifestato apertamente la sua contrarietà ad ogni forma di fecondazione in vitro, invitando tutti i cittadini «ad astenersi dal votare perché così facendo si sono potuti limitare i possibili danni derivanti dall'abrogazione di alcuni divieti in essa contenuti». Lo rassicuro: ho fatto come lui, come possono testimoniare i presenti alle diverse decine (quasi un centinaio) di conferenze e dibattiti che ho tenuto. L’avrò fatto con meno efficacia di lui, sarò stato meno bravo di lui, di certo non ho saputo raccontare «tutta» la verità scientifica come lui dice invece di aver fatto, perché io, diversamente da lui, non la conosco «tutta». Però ho raccontato tutto quello che sapevo, nei limiti di tempo di dibattiti infuocati, in cui mi sono speso per mesi fino allo sfinimento: non credo di meritare lezioni...

Se Filardo avesse letto con un po’ più di attenzione il già citato incipit del mio pezzo ed il resto del mio scritto forse avrebbe anche evitato di scrivere «Non riesco a comprendere a fondo la finalità di questo intervento di Giacomo Samek Lodovici, ma una cosa è difendere a spada tratta la legge 40/2004 un’altra è denunciare 1. gli attacchi che i vari giudici e le varie Corti continuamente fanno; 2. le inadempienze del Ministro della Salute, che non si preoccupa di emanare linee guida che esplicitino in forma chiara quanto l'articolato della legge solamente proclama; 3. gli abusi di alcune Amministrazioni Regionali (come ad esempio il Veneto); 4. le omissioni di tanti giudici che invece di perseguire le violazioni della legge 40 da parte delle coppie che loro si rivolgono autorizzano ulteriori violazioni». Ora, da un lato la finalità del mio intervento era chiarissima, dall’altro quando mai io ho «difeso a spada tratta» la legge 40? Più volte nel mio pezzo emerge un concetto: per me alcune parti della legge 40 sono moralmente sbagliate, altre invece positive. Se questo è il messaggio che più volte emerge dal mio pezzo, ad un certo punto ho anche letteralmente scritto: «alcuni suoi articoli [della legge 40] sono moralmente inaccettabili, altri invece sono positivi». Più chiaro di così…

Vengo ora al pezzo di Tommaso Scandroglio, uno studioso di cui apprezzo la lucidità e con cui ho già varie volte discusso sulla legge 40. Tralascio gli aspetti su cui convergiamo e considero quelli in cui siamo (parzialmente) in disaccordo.

Scandroglio dice: «come ha accennato lo stesso Samek molti di questi divieti [della legge 40] – non tutti – sono puramente formali, ma non sostanziali». Con ciò anche Scandroglio riconosce che alcuni divieti della legge 40 sono effettivi. In tal senso, confermo quanto ho scritto nell’articolo del 18 dicembre: «è meglio che questi divieti […] ci siano e dunque che la legge 40 resti in vigore, oppure è meglio che non ci siano, cosicché bisogna lasciare la legge 40 al suo destino? Ovviamente è meglio che ci siano». Del resto, è quello che pensa anche Scandroglio, quando scrive: «laddove c’è un ricorso contro la legge 40 c’è poco da fare: occorre aggrapparsi a tutto. E se l’unico appiglio sono quei divieti fragili, fragilissimi contenuti nella legge 40 non si potrà che difenderli in tutti i modi».

Io ho altresì scritto che, anche qualora tutti i divieti delle legge 40 fossero facilmente aggirabili, «è almeno un bene che questi divieti siano enunciati, ancorché non siano effettivi, perché la legge umana ha una valenza pedagogica molto importante. Infatti, per molte persone, se una pratica [per esempio la fecondazione eterologa, la sperimentazione sugli embrioni, la clonazione umana, la realizzazione di ibridi uomo-topo, ecc., cioè le cose vietate dalla legge 40] è illegale allora è immorale».

Inoltre ho scritto anche che «per ragioni analoghe, la permissione di una certa pratica, per esempio la permissione della fecondazione omologa da parte della legge 40, contribuisce alla credenza che essa sia una pratica moralmente buona. È pertanto necessario […] ribadire spesso che anche l’omologa è una pratica in sé malvagia, che comporta un numero elevatissimo di morti umane, ecc.». Al riguardo Scandroglio dice: «viene da rispondere – e Samek ne conviene – che simile effetto pedagogico, ben più marcato, è allora riscontrabile in tutta la legge 40 che sicuramente ha incoraggiato molte coppie a ricorrere alla provetta, coppie che senza questa legge non avrebbero mai pensato di avere un figlio nato in laboratorio». Il mio commento è questo: se vogliamo lottare per migliorare progressivamente la legge 40, proponendoci anche l’obiettivo enormemente arduo di vietare ogni fecondazione artificiale, allora io sono d’accordo; se invece vogliamo solo abrogarla (e lo ribadisco: c’è qualche pro life che propone solo questo), non sarà certo la sua abrogazione ad accrescere nella percezione comune la persuasione del disvalore morale della fecondazione omologa, visto che l’omologa, che è permessa con la legge 40 in vigore, resterebbe permessa anche con legge 40 abrogata. Come si può pensare che in una situazione legislativa dove tutto è permesso, quella che verrebbe dopo la mera abrogazione della legge 40, una situazione che viene dopo quella in cui è già molto diffusa (anche a causa della legge 40) l’erronea persuasione della liceità dell’omologa, si possa incrinare questa persuasione? Si può incrinare facendo una tenace cultura pro life (e qui ne approfitto per ribadire e sottolineare l’importanza cruciale di lavorare sia sulle leggi sia sulla cultura, come ho argomentato in www.lanuovabq.it/it/archivioStoricoArticolo-bioetica-legge-e-culturadevono-andare-a-braccetto-1503.htm), ma non certo abrogando una legge eliminando la quale la situazione (relativa all’omologa) resta tale e quale.

Scandroglio aggiunge che «c’è uno snodo non sufficientemente messo in evidenza da Samek» e cioè che «tale spinta alla fecondazione artificiale di tipo omologo – consentita dalla legge – prima o poi travolgerà il divieto formale alla fecondazione eterologa, nonché gli altri divieti, e di conseguenza i relativi effetti pedagogici. Gli attuali ricorsi giurisprudenziali depongono a favore di questa previsione». Ora, io rispondo che per evitare l’effetto domino dell’omologa verso l’eterologa bisogna, perlomeno (come dice anche Scandroglio):
1) denunciare a livello culturale la gravità dell’omologa;
2) cercare a livello politico-legislativo di migliorare la legge 40.
Ma abrogando e basta la legge 40 (come vorrebbero alcuni pro life, non Scandroglio) senza sostituirla con un’altra, non si elimina affatto il piano inclinato verso l’eterologa, anzi si accelera la corsa verso di essa.

Tommaso Scandroglio scrive ancora: «Dire che una legge è intrinsecamente malvagia significa che la sua struttura portante, la sua essenza, la sua natura intima è marcia. E quando la pianta è marcia anche i suoi frutti, persino quelli potenzialmente buoni, marciranno prima o poi. La legge 40 sconta un peccato originale che intacca tutte le sue parti, così come una breccia in una diga prima o poi interesserà tutta la diga». Ora, una legge abortista è certamente una legge «marcia», eppure, con un ragionamento laico e di buon senso, Giovanni Paolo II, nel n. 73 della Evangelium vitae dice: «quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale e assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui». (Per inciso, Scandroglio dice che EV 73 non incensa le parti buone di leggi cattive: ha ragione. Io non ho affatto sostenuto che EV 73 le incensi – del resto, se non ho capito male, non mi pare che Scandroglio mi attribuisca di averlo sostenuto –, bensì ho scritto che le valorizza).

Andando oltre il dialogo con Scandroglio e tornando al metodo genealogico, aggiungo che Evangelium Vitae 73 approva il parlamentare che vota per una legge come quella sopra menzionata dall’enciclica: 1. se ha verificato che non è possibile promulgare una legge migliore; 2. se egli denuncia pubblicamente che disapprova la pratica malvagia che tale legge permette; 3. se il suo voto è determinante per ottenere una situazione migliorativa rispetto a quella vigente in un Paese.
Ora, quando il parlamentare non fa queste tre cose, non ne segue (come invece mi è capitato di leggere) che per questo motivo la legge emanata non sia migliorativa (rispetto ad una situazione vigente) e quindi non vada votata, vuol dire piuttosto che il parlamentare è moralmente colpevole; che la legge sia migliorativa, peggiorativa o ininfluente dipende dalla legge in sé e dai suoi effetti.

Tommaso Scandroglio prosegue: «la legge è come un organismo umano. Che dire di una persona che ha un tumore ad un polmone? Quale medico affermerebbe che la persona è sana e che solo un polmone è malato? Inoltre se il male non viene debellato in quell’organo quanto prima, come sopra accennato, anche le altre parti sane si ammaleranno». Anche accettando la metafora (e avrei qualcosina da eccepire), se la legge 40 è come un organismo in cui c’è un polmone con un tumore e il fegato sano, la soluzione medica non è uccidere l’organismo, fuor di metafora abrogare e basta la legge 40, bensì sanare la parte malata, fuor di metafora tentare continuamente di migliorare la legge 40 (come dice anche Scandroglio).

Quando Scandroglio dice: «sarebbe un poco temerario asserire che nella vita di Toto Riina è opportuno fare un distinguo tra condotte malvagie – le stragi, gli omicidi – e condotte buone, es. l’aver coltivato la terra. Sicuramente anche nell’esistenza di questo mafioso qualcosa di buono c’è stato, ma il giudizio sulla persona alla fin fine – cioè in toto – non può che essere negativo. Dunque in buona sostanza e su un piano meramente critico la legge 40 è una legge iniqua perché permette pratiche inique e le sue parti buone assomigliano tanto alle maniere cortesi con le quali Don Rodrigo accolse Fra Cristoforo nel suo palazzotto». Qui, di nuovo, come nel mio articolo del 18 dicembre, mi riallaccio al metodo di analisi delle questioni morali tipico di Tommaso d’Aquino, e ad Evangelium vitae 73, che insegnano (così mi pare) come in una legge composta di vari articoli si possano valorizzare gli aspetti positivi (se ci sono) e stigmatizzare quelli negativi. Anzi, a partire da quelli positivi e valorizzandoli si tratta di cercare di eliminare quelli negativi. Così, visto che nemmeno il malvagio più incallito è irredimibile (non è irredimibile nemmeno Totò Riina, nemmeno l’Innominato manzoniano, per proseguire nel solco della citazione letteraria di Scandroglio), si può cercare di farlo diventare sempre meno malvagio: fuor di metafora, a partire dagli aspetti positivi della legge 40, si deve cercare di rimuoverne progressivamente gli aspetti negativi.