• USA

La super femminista demolisce l'ideologia Lgbt e rischia il posto

Il bavaglio arcobaleno si è ormai esteso fino alle intellettuali del pensiero femminista. Una di loro, Donna M. Hughes, nome storico del movimento statunitense, si è scagliata contro la fantasia transessuale che si sta diffondendo nella sinistra politica. Dopo l'attacco frontale l'università non l'ha difesa e per poco non ci ha rimesso la cattedra. 

La difficoltà di criticare l’antropologia gender, tale per cui ciascuno è ciò che «percepisce» di essere – indipendentemente dalla propria identità biologica -, non si può definire qualcosa di nuovo. Da anni, infatti, cristiani e intellettuali anche laici ma non proni alla cultura dominante pagano di persona le loro posizioni in materia. Più singolare è invece il fatto che le rivendicazioni transgender non siano più sindacabili, ormai, neppure da parte di femministe e cattedratiche proprio di quei gender studies da decenni esaltati come provvidenziali per scardinare gli stereotipi, il patriarcato e tutto ciò che, in definitiva, è tradizione. 

Eppure il bavaglio arcobaleno si è ormai esteso fino a queste intellettuali. Lo prova la vicenda di Donna M. Hughes, nome che in Italia potrà suonare nuovo ma che negli Usa è invece assai noto. Stiamo infatti parlando di una femminista accademica di tutto rispetto: classe 1954, presiede il Gender & Women’s Studies Program presso la University of Rhode Island, dove insegna, è nel comitato editoriale di importanti riviste del suo ambito di studio – come Sexualization, Media, and Society – e da una vita si batte per i diritti delle donne, in particolare nel contrasto alla prostituzione e al traffico di esseri umani. Trattasi insomma di un pilastro del femminismo americano; questo fino a pochi giorni fa, almeno.

Sì, perché la stella della Hughes pare essersi improvvisamente eclissata. Tutto ha avuto inizio il 28 febbraio quando, sul sito femminista 4W, la professoressa ha firmato un lungo intervento criticando in modo esplicito l’antropologia Lgbt. «La fantasia transessuale, ossia la convinzione che una persona possa cambiare il proprio sesso, da maschio a femmina o da femmina a maschio, si sta diffondendo nella sinistra politica», ha scritto, «ma l’ideologia transessuale sfida i diritti […]  la categoria biologica del sesso, in particolare quello femminile, viene distrutta. Le donne e le ragazze dovrebbero rinunciare ai loro luoghi di privacy come bagni, spogliatoi e persino alle loro celle in prigione».

Che dire, un vero attacco frontale al dogma Lgbt, le cui reazioni non si son fatte attendere. Dopo poco l’uscita del pezzo della Hughes, infatti, gli utenti di Twitter hanno iniziato a presentare reclami all'università dove insegna, chiedendone la testa. Da parte sua, l’università ha risposto sostanzialmente scaricando, in una nota, la docente: «L'Università non supporta dichiarazioni e pubblicazioni della professoressa Donna Hughes che sposano prospettive anti-transgender e riconosce che tale discorso può causare dolore e disagio a molti transgender […] il Primo Emendamento di un membro della facoltà e i diritti alla libertà accademica non sono illimitati e dovrebbero essere esercitati in modo responsabile».

Insomma, se la docente non è stata licenziata, poco per il momento ci è mancato. Il punto è che lei, l’interessata, non ci pensa minimamente a scusarsi o a tornare sui suoi passi. Anzi, il suo avvocato fa sapere che la Hughes non ha nulla di cui scusarsi e lei stessa ha risposto per le rime all’università. «L'università deve chiarire di essere impegnata per la libertà accademica e la libertà di parola e prendere provvedimenti per dimostrare che questi diritti non son solo parole ha spiegato, «devono affermare che avevo il diritto di scrivere la mia opinione e che non subirò conseguenze negative sul lavoro per farlo».

Da brava femminista, Donna Hughes si conferma insomma battagliera. E intellettuali conservatori come Robert P. George, docente a Princeton, sottolineano che l’università si sbaglia di grosso, se pensa di tappare la bocca alla professoressa; e c’è da sperare sia così. Tuttavia, quanto accaduto a questa docente, apparentemente intoccabile, dimostra che la libertà espressione – perfino quella di intellettuali progressiste che, a loro modo, hanno fatto la storia – è oggi in serio pericolo. Speriamo che il messaggio arrivi anche a quei politici che, in nome della «tolleranza» e dell’«inclusione», in Italia sono tentati dal voler approvare il ddl Zan, che è la perfetta premessa affinché scenari liberticidi come quello poc’anzi raccontato abbiano a ripetersi.