• LA TRAGEDIA

È un "11 settembre" per il Libano. L'esplosione a Beirut scuote il Paese dei Cedri

Neppure il Pentagono ritiene che le due forti esplosioni nella zona portuale di Beirut che nel pomeriggio del 4 agosto hanno devastato il porto e diversi quartieri della città siano stati originati da un attentato. E per le vittime provocate non è forse esagerato parlare di "11 settembre libanese”. La gigantesca deflagrazione ha messo definitivamente in ginocchio l’economia libanese, in un momento politico a dir poco delicato. Quanto alle cause dell’esplosione suscita perplessità che sia stato mantenuto per tanti anni un deposito così consistente di un prodotto esplosivo in una zona densamente popolata

Il porto di Beirut devastato dall'esplosione

Neppure il Pentagono ritiene che le due forti esplosioni nella zona portuale di Beirut che nel pomeriggio del 4 agosto hanno devastato il porto e diversi quartieri della città siano stati originati da un attentato, ma dalle devastazioni, e per le vittime provocate non è forse esagerato parlare di "11 settembre libanese”.

Le esplosioni sono state così forti da essere sentite fino a Tiro e Sidone ma pure a Cipro (distante 240 chilometri), mentre le finestre delle case di moltissimi quartieri sono andati in frantumi provocando molti feriti; migliaia le auto danneggiate o esplose, moltissimi gli alberi sradicati. Secondo il ministero della Salute, vi sono almeno 135 morti, un centinaio di dispersi e oltre 4.000 feriti, ma il bilancio è destinato a salire come conferma il direttore della Croce Rossa libanese, George Kettneh. Il bilancio dei danni materiali si aggira invece tra 3,5 e i 5 miliardi di dollari secondo il governatore di Beirut, Marwan Aboud che ha stimato in “oltre 300mila i cittadini che non possono dormire nelle proprie case” perché distrutte o danneggiate. Alcuni edifici sgretolati dallo scoppio hanno lasciato molte persone sotto le macerie che le squadre di soccorso stanno cercando di salvare, mentre molti altri edifici sono stati gravemente lesionati e rischiano di crollare. Molti altri, danneggiati, sono considerati pericolanti e inabitabili. Il direttore generale della Protezione civile, Raymond Khattar ha messo in guardia dal rischio di crollo di alcune infrastrutture nell’area portuale e nei quartieri circostanti.

Aiuti umanitari e soccorsi sono in arrivo da tutto il mondo, i primi a mobilitarsi sono stati i francesi e oggi il presidente Emmanuel Macron sarà a Beirut. Il ministro della Sanità, Hamad Hasan, ha invitato tutti i cittadini di Beirut che ne hanno la possibilità di lasciare la città, poichè i materiali pericolosi sprigionati nell’aria dalle due esplosioni sono potenzialmente tossici se respirati a lungo. Secondo le prime ricostruzioni, infatti, le esplosioni avrebbero diffuso nell’aria biossido di azoto, un gas tossico rilasciato da del nitrato di ammonio.

Le esplosioni sono avvenute in un’area del porto dove erano immagazzinate oltre 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio, una sostanza chimica altamente esplosiva utilizzata per produrre alcuni fertilizzanti azotati. Il primo a parlare di questa causa dell’esplosione è stato il ministro della Salute, Hamad Hasan, riferendo di un deposito che conteneva materiale esplosivo mentre il ministro degli Interni, Mohamed Fahmy, ha detto che si tratta di nitrato di ammonio altamente esplosivo e che era stato sequestrato sei anni fa dietro un mandato giudiziario su una nave mercantile diretta in Zambia. A quanto pare il materiale sequestrato è stato poi stoccato in un magazzino contenente petardi e materiale esplosivo e infiammabile. Oppure, secondo esperti che hanno osservato la deflagrazione, un deposito clandestino contenente missili, razzi e altre armi e proiettili d’artiglieria, forse appartenenti alla milizia scita Hezbollah, come suggeriscono fonti israeliane finora prove di riscontro.

Israele ha subito diffuso una dichiarazione in cui si dice estranea all’esplosione e ha offerto aiuti sanitari per curare i feriti. Anche l’Iran, per bocca del ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, ha espresso la sua vicinanza al “resiliente” popolo libanese. Al di là delle dichiarazioni a caldo di Donald Trump, gli Usa non credono a un atto terroristico o comunque deliberato. Fonti anonime sentite dalla Cnn hanno riferito che “se ci fossero indicazioni che qualcuno nella regione avesse scatenato un attacco di questa portata, gli Stati Uniti sarebbero costretti ad aumentare la protezione delle proprie truppe e dei propri interessi in Medio Oriente, se non altro nel timore di ulteriori attacchi in risposta”. Tuttavia, prosegue la fonte, finora non è arrivata alcuna indicazione in tal senso”.

Il direttore generale delle dogane libanesi, Badri Daher, ha affermato ad al-Arabiya, che alla magistratura libanese venne notificato per sei volte che il deposito di nitrato d’ammonio al porto di Beirut era pericoloso e che i funzionari della dogana avevano chiesto di trasferire il materiale ma l’autorizzazione non venne mai concessa. Il governo libanese ha posto agli arresti domiciliari tutti i funzionari del porto di Beirut che dal 2014 erano responsabili dello stoccaggio del nitrato di ammonio e della sua sicurezza.

Il nitrato di ammonio è stato a lungo utilizzato da gruppi insurrezionali per produrre ordigni. E’ stato impiegato ampiamente da Isis e al-Qaeda nel conflitto siriano, è stato messo al babdo in Europa per ragioni di sicurezza e negli anni scorsi l’Afghanistan cessò di importare fertilizzanti di quel tipo dopo che apparve chiaro che i Talebani lo utilizzassero per produrre IED (Ordigni esplosivi improvvisati). Il nitrato di ammonio è stato il componente principale anche della bomba che la mattina del 19 aprile del 1995 causò la devastante esplosione al Palazzo Federale di Oklahoma City, uccidendo 168 persone e ferendone circa 850.

L’esplosione arriva in un momento molto critico per il Libano che sta già lottando per porre fine alla peggiore crisi economica dalla guerra civile del 1975-90: una crisi di liquidità ha portato le banche a imporre controlli sul capitale e la sterlina libanese a crollare. Venerdì inoltre è attesa la sentenza del Tribunale speciale per il Libano (Tsl), con sede all’Aja, sull’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, ucciso il 14 febbraio del 2005 con altre 21 persone. Tutti e quattro gli indagati sono membri del gruppo Hezbollah, che ha però sempre negato qualsiasi ruolo nella morte di Hariri.

La gigantesca deflagrazione ha messo definitivamente in ginocchio l’economia libanese. Per questo la priorità per I Paesi che hanno a cuore la stabilità del Libano e di quella regione è ora aiutare il governo di Beirut a stabilizzare la situazione per impedirne il tracollo economico, politico e sociale. Il governo libanese resta debole e tutti gli sponsor esterni (sauditi, turchi, iraniani, francesi, americani…) delle diverse fazioni cercano di allargare la loro aree di influenza ma la sfida ora sarà trovare un’intesa comune che sorregga il Paese.

Quanto alle cause dell’esplosione suscita perplessità che sia stato mantenuto per tanti anni un deposito così consistente di un prodotto esplosivo in una zona densamente popolata e per di più vicino a un deposito di fuochi d’artificio o di munizioni. Circostanza molto curiosa anche tenendo conto che Israele compie regolarmente attacchi militari per colpire installazioni di Hezbollah in Libano.