• IL NUOVO DPCM

Ansia da lockdown, così si rischiano nuovi fallimenti

Le nuove restrizioni introdotte con il Dpcm firmato ieri dal premier Giuseppe Conte potranno rivelarsi la pietra tombale per molte attività produttive e commerciali, a rischio di esporsi a usurai o chiusura. Confindustria stima un’ulteriore discesa - tra l’1 e il 2% - del Pil. Il governo ostenta una compattezza che non c’è. E un po’ in tutt’Italia ci sono allarmi di nuovi focolai di protesta.

Gli usurai e la malavita organizzata stappano champagne. Le nuove restrizioni introdotte con il Dpcm firmato ieri dal presidente del Consiglio potranno rivelarsi la pietra tombale per molte attività produttive e commerciali, che riceveranno quasi sicuramente il colpo di grazia e saranno costrette a chiudere. Così facendo potranno diventare preda di organizzazioni malavitose, che le rileveranno senza difficoltà; in alternativa, chi le gestisce ora, essendo a corto di liquidità, non potrà che rivolgersi agli strozzini, vista la crescente sofferenza del sistema bancario.

Le misure contenute nel terzo Dpcm firmato da Giuseppe Conte in 12 giorni entrano in vigore oggi e dovranno essere rispettate fino al 24 novembre. Bar, ristoranti, pasticcerie potranno restare aperti dalle 5 alle 18, anche nei giorni festivi; cinema, teatri, palestre, piscine e centri benessere rimarranno chiusi; rimangono consentiti (ma vivamente sconsigliati) gli spostamenti tra regioni, anzi viene fortemente raccomandato a tutti di non spostarsi dal proprio comune di residenza; didattica a distanza nelle scuole superiori nella misura del 75%; incremento dello smart working. Il Governo ha anche preannunciato, entro domani, l’emanazione di un nuovo decreto che stanzierà 2 miliardi di euro per le categorie più colpite (ristoratori, baristi, titolari di palestre, piscine, centri benessere). Il premier ha annunciato ieri in conferenza stampa che questi soldi verranno accreditati in tempi brevissimi dall’Agenzia delle Entrate direttamente sul conto corrente dei singoli esercizi commerciali da indennizzare.

Ha dunque vinto la linea dura dei ministri della Salute, Roberto Speranza e dei Beni culturali, Dario Franceschini, allarmati dalla crescita esponenziale dei contagi. Il premier sarebbe stato più morbido, anche per compiacere i governatori, i quali chiedevano l’apertura fino alle 23 dei ristoranti e l’effettuazione dei tamponi solo ai sintomatici. È stata ancora una volta ignorata la voce di chi vive direttamente sui territori, li amministra ogni giorno ed è in grado di conoscerne a fondo caratteristiche, esigenze, aspettative. Si è ancora una volta centralizzato l’intervento, trattando in modo uguale situazioni profondamente disuguali e quindi creando nuove ingiustizie.

Sono altresì stati ignorati i suggerimenti che gli imprenditori e le parti sociali avevano tentato di dare all’esecutivo nelle ultime ore, prima dell’emanazione del Dpcm, che rappresenta l’ultima spiaggia prima di un nuovo lockdown totale. Un Conte visibilmente preoccupato, evidentemente scosso dalle proteste sociali che, dopo Napoli, si stanno organizzando un po’ in tutt’Italia, si è detto speranzoso che le misure appena varate possano contribuire a far abbassare la curva dei contagi e consentire agli italiani di trascorrere con serenità e in libertà le festività natalizie. Inoltre, ha confermato che entro dicembre dovrebbero arrivare le prime dosi del vaccino anti-Covid (senza specificare quale degli otto in via di sperimentazione a livello mondiale), da destinare anzitutto al personale medico e alle fasce di popolazione più fragili.

Il Governo ostenta una compattezza che non c’è perché molti ministri erano contrari a questo Dpcm così tanto restrittivo e lo hanno lasciato intendere. Lo stesso Conte avrebbe atteso ancora qualche giorno prima di dare il giro di vite. Le opposizioni giudicano tardive le decisioni del Governo e lo accusano di non aver fatto nulla negli ultimi tre mesi per prevenire la seconda ondata, potenziando i trasporti urbani, le terapie intensive, i sistemi di tracciamento del virus.

Ma a lamentarsi maggiormente sono gli imprenditori. Ieri Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ospite di Lucia Annunziata a Mezz’ora in più, su Rai3, è tornato ad attaccare la vaghezza e incertezza dei provvedimenti governativi. «Faccio fatica - ha detto - a capire qual è la direzione: una settimana fa le palestre restavano aperte, oggi le chiudiamo. Il tema non è la palestra, il tema è che noi certe cose le dicevamo ad aprile. Dicevamo che il trasporto pubblico locale era uno dei grandi problemi. Adesso siamo ancora qua fermi. Ci siamo fatti cogliere impreparati e questa volta lo sapevamo».

Bonomi ha anche snocciolato cifre davvero disarmanti sia sulla cassa integrazione («La aspettano da maggio ancora 12.000 persone. È su queste cose che gli italiani perdono la fiducia. Dobbiamo ristabilire la fiducia, altrimenti questi provvedimenti perdono efficacia») che sul crollo del Pil: «Temo che i numeri saranno fortemente colpiti dalla situazione attuale. Stimiamo un’ulteriore discesa tra l’1 e il 2% del Pil, quindi -11/-12%, con un danno per l’economia di 216 miliardi, superiore ai fondi del Recovery Fund». L’ultima stima dell’Ufficio studi di Confindustria per il 2020 era del -10%, ma la recrudescenza del virus l’ha peggiorata.

Infine gli allarmi di nuovi focolai di protesta un po’ in tutt’Italia. Avvisaglie a Roma, Milano, Torino e Bologna. Nel capoluogo dell’Emilia Romagna è stata convocata in settimana una manifestazione di ristoratori che protestano contro la chiusura serale. Prevedibile l’escalation, visto e considerato che i ristori alle categorie più colpite dalle serrate non arriveranno in tempi brevi, al di là delle promesse del premier. I precedenti del bonus Inps agli autonomi e della cassa integrazione non inducono all’ottimismo.